Dove non ci riusciamo come Genitori?

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Episodio 12: Dove non ci riusciamo come genitori. Estratto dal Capitolo 5 del libro. 

Essere dei genitori autentici richiede non prendersi troppo sul serio. I bambini imparano di più dal nostro esempio che dai nostri bei discorsi, e questa è una verità che non ci lascia molto scampo. Essi ci modellano continuamente, non perché siamo il miglior esempio da seguire, ma perché questo è il disegno della natura: il disegno della vita, senza compromessi, che favorisce la sopravvivenza della specie.

Quando iniziamo a disimparare veramente la nostra inconsapevolezza, un passo fondamentale è intendere l’essere genitori come un gioco di ruolo: serio, ma pur sempre un gioco. 

Quando i nostri figli richiedono il genitore, una guida o un messaggio chiaro, allora ci mettiamo la maschera e giochiamo quel ruolo, ma senza attaccamento al personaggio. Ciò che è essenziale è il messaggio, non il messaggero. 

Quando la genitorialità si perde in concetti come l’autorità e il senso di dominazione, che provengono da generazioni di uno stile genitoriale profondamente condizionato da un compulsivo, che non finisce mai di cercare riconoscimento e validazione, ci dimentichiamo di quale sia il vero ruolo che dobbiamo giocare.  

In questo modo, la relazione genitore figlio si riempie di reattività, autogiustificata dall’idea del ruolo stesso. Una realtà dolorosa, che ci sfida a ribaltarla con urgenza. L’essere genitore è La Relazione, il fondamento della società: è il forno della natura per produrre le future generazioni.

Dove non ci riusciamo come Genitori?

Secondo Nir Eyal, esperto di psicologia di Stanford, la maggior parte dei genitori non riesce a fornire questi tre nutrienti psicologici fondamentali: autonomia, competenza e relazionalità.

E, alla base, c’è la mancanza di chiarezza del vero ruolo del Genitore: “insegnare ai propri figli cosa fare quando il dolore bussa alla porta, e non come evitarlo”.

Quando uno non sa come affrontare il dolore, allora la propria esperienza di vita si riempie di sofferenze. E la sofferenza crea relazioni tossiche e di dipendenza, ecco che in esse manca l’autonomia emotiva. Ci limitiamo a ripetere i modelli ricevuti tramite il condizionamento o l’addomesticamento in famiglia. Nel bene e nel male.  Quando uno non sa come affrontare il dolore, abita la propria esperienza con un senso nascosto di insicurezza e paura. E questo sentimento, essendo trasversale, ovviamente influisce, creando una sensazione di non essere abbastanza, il pilastro della mancanza di competenza emotiva. Per ultimo, non sapere affrontare il dolore limita e condiziona pesantemente le nostre relazioni, attraverso le cariche emotive che invisibilmente le governano. 

È curioso che a nessuno di noi sia stato insegnato cosa fare o come muoverci davanti alla sofferenza e al dolore. O forse tu sei l’eccezione? 

Spesso ci viene detto che bisogna portare pazienza, che la vita non è facile e che bisogna accontentarsi. Ma questo non è un approccio molto saggio: è, piuttosto, un rassegnarsi frutto della mancanza di competenza davanti alla sfida. La verità è che siamo davanti a una di quelle dimensioni dell’esperienza umana di cui siamo completamente a digiuno. 

In effetti, la strategia che abbiamo messo in atto da qualche migliaia di anni, in modo collettivo e del tutto automatico e meccanico, è stata : evitare, o scappare dal dolore  o dalla sofferenza. In passato, quando c’era un pericolo, scappavamo dalla tigre; oggi, quando vediamo emergere un’emozione scomoda, scappiamo da essa come da una tigre. Abbiamo associato il pericolo all’esperienza, e non a un’opportunità di trasformazione interiore. 

Ecco che sono nate le cariche emotive, che hanno una lunga storia…

Ciò che chiamiamo sofferenza non è altro che uno scappare dal dolore. La sofferenza, quando vissuta per completo è liberatoria e porta l’esperienza umana su un altro binario evolutivo. 

Come scappiamo?

Ci sono diversi modi per scappare, che possiamo classificare in due grandi tipi: 

Scappiamo attraverso le attività vere e proprie, come andare al cinema, leggere un buon libro, lavorare di più, pulire e sistemare la casa, visitare un’amica, ecc. Ovvero, ci riempiamo la giornata di cose da fare. Infatti, viviamo in una società in cui essere ultra impegnati è un’abitudine ed è addirittura ben visto. Persino quando non c’è niente da fare, ci inventiamo dei lavoretti per mantenerci impegnati! Di cosa abbiamo così tanta paura? 

Il secondo modo per scappare è attraverso l’attività psicologica o mentale: spiegazioni, conclusioni, teorie, analisi riguardanti quello che ci succede. Il frutto di questa attività al 90% ci porta a trovare dei responsabili al di fuori di noi e/o alla paralisi. Quando si analizza troppo cosa si dovrebbe mangiare, il piatto si raffredda! e non solo, il menù è solo una descrizione del cibo, ma non il cibo in se stesso. 

Il viaggio, che abbiamo iniziato nei nostri incontri di Truthfulness è quello di diventare, senza scelta, consapevoli del fatto che stiamo scappando. Nient’altro. È quando emerge questa vera consapevolezza, che, ripeto, è un fenomeno senza scelta, autonomo e spontaneo, che qualcosa di straordinario succede! Una trasformazione senza sforzo. 

In secondo luogo, fare questo percorso ci consente di assistere a un cambio fondamentale della propria percezione: nello sperimentare il dolore o sofferenza, non c’è né pericolo né fallimento!. Anzi, c’è liberazione, e possiamo testimoniare con i nostri occhi la fine della sofferenza personale. 

Insegnare ad abbracciare il proprio dolore quando questo bussa alla propria porta invece di evitarlo, ci fa diventare genitori che guidano tramite l’esempio, l’arte più importante che uno possa insegnare ai propri figli: l’arte della felicità. Un’arte che loro conoscono molto bene  fin da piccoli, ma che dimenticano, man mano che diventano adulti. 

Ecco il nostro regalo, per loro e per le generazioni future. 

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